Per scaricare il mio articolo pubblicato su Azione Nonviolenta (n. 617, anno 53, settembre-ottobre 2016), cliccare qui 

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Ex fabbrica di spazzole, la Maison des journalistes è un edificio apparentemente anonimo, che si affaccia sul cimitero di Grenelle, al civico 35 di rue Cauchy, nel più popoloso arrondissement di Parigi, il XVesimo, guidato da otto anni da un sindaco anti-migranti. Sulla porta, solo una placchetta per digitare il codice d’accesso e due campanelli: “Guardiano” e “Uffici”.

Luogo protetto, questa Casa dei giornalisti è crocevia, unico al mondo nel suo genere, di destini accomunati dalla lotta per la libertà di stampa. Vi abitano e vi si incontrano giornalisti, disegnatori, fotografi, registi, presentatori tv, conduttori radio, cameramen, scrittori, poeti, bloggers di 60 Paesi del mondo. Negli ultimi 14 anni, oltre 350 professionisti vi hanno potuto trovare un rifugio, poiché perseguitati da dittature, gruppi terroristici, para-militari, accusati di aver acceso i riflettori su questioni scottanti, di aver diffuso verità scomode. Questi “combattenti dell’informazione” sono oggi tutti rifugiati, ovvero richiedenti una protezione internazionale in nome del diritto d’asilo riconosciuto dalla convenzione di Ginevra del 1951.

La MDJ, una associazione sociale unica nel suo genere. Fondata nel 2002 a Bobigny, nella banlieue nord-est della capitale, da Danièle Ohayon, giornalista di France Info e Philippe Spinau, regista, la MDJ ha aperto la sua sede parigina appena l’anno dopo.

Stagliandosi su tre piani, la MDJ è strutturata in 14 camere individuali, ciascuna porta il nome di un media sponsor. “L’obiettivo – spiega Ohayon –  è far sentire i residenti nuovamente persone importanti, riconosciute, direttamente sostenute dai colleghi francesi, in base ad un principio di solidarietà”. La MDJ offre loro un alloggio per circa 6 mesi,  nel corso dei quali ricevono aiuti concreti, come buoni pasto, l’abbonamento ai trasporti, corsi di francese, un’assistenza psicologica. E soprattutto un sostegno giuridico e socio-professionale, per un accompagnamento nel riconoscimento dello status di rifugiato. In attesa del permesso di lavorare.

“L’idea – rivela la confondatrice – mi venne nel 1999, intervistando Faraj Sarkohi, giornalista iraniano in esilio in Germania. Mi raccontava delle torture subite durante i lunghi periodi di detenzione in Iran. Durante l’intervista, sua moglie, accanto a lui, piangeva. Mi ritrovai a volerla abbracciare e a non poterlo fare: mi sentivo “bloccata” nel mio ruolo di giornalista. Questo conflitto interiore mi fece immaginare una casa che accogliesse tutti i colleghi esiliati: condivisi l’idea con alcuni amici e incontrai il sostegno di Philippe. Dall’indomani, creammo un tandem incredibile”. Due amici, due idealisti. “Questa idea – considera Spinau – era già inconsapevolmente maturata nel tempo. Danièle ed io apparteniamo ad una generazione piuttosto stanca della retorica vuota di significati… solo due pazzi come noi potevano mettersi in questa impresa! Dobbiamo d’altronde il suo successo alla nostra Repubblica, con le sue regole, altamente centralizzate, per cui la “formula MDJ” non può dunque essere facilmente applicabile altrove”. La tradizione di solidarietà radicata nei media francesi è un altro fattore chiave della riuscita del progetto MDJ: “Un sostegno solidale – sottolinea Ohayon – che ci ha permesso la necessaria indipendenza dalle istituzioni statali e da eventuali pressioni diplomatiche”. Una serie di condizioni favorevoli che da qualche anno sono venute meno, secondo la confondatrice: “Credo che sarebbe impossibile fondare la MDJ, oggi. Non solo a causa della crisi economica, che non favorisce le sovvenzioni, ma anche a causa della cultura diffusa, che mette sullo stesso piano rifugiati e terroristi”.

Dall’idea all’attuazione del progetto. “Siamo stati molto fortunati – ammette Ohayon – perché nel marzo 2001 Bertrand Delanoë, che ci aveva promesso il suo sostegno, fu eletto sindaco di Parigi”. Dopo aver visitato vari edifici dismessi, i due amici trovano l’attuale sede. “Ci dissero che avremmo dovuto attendere tre anni per renderlo abitabile, per un investimento pubblico da un milione e mezzo di euro”. Ma la coppia Ohayon-Spinau non ha tempo da perdere e si assume il lavoro. Il preventivo è di 700 mila euro. Il  Comune di Parigi copre il 20% delle spese, la Regione il 30%. “Avviammo i lavori in rue Cauchy e al tempo stesso aprimmo la sede di Bobigny, accogliendo i primi 7 residenti. Il primo ospite era bielorusso…” All’epoca, Ohayon è una celebre giornalista specializzata in media: “Incontrai facilmente tutti i responsabili dei media, per raccogliere il resto della somma preventivata. Ci sostennero organizzazioni nazionali e internazionali, compreso il Parlamento europeo”. Restavano da trovare 65 mila euro, quando la giornalista si rivolge a Reporters senza frontiere. “Da quel momento abbiamo intrapreso una sorta di battaglia volta a ribadire la netta differenza tra le due associazioni: la MDJ è nel sociale, sostiene concretamente i giornalisti in esilio”.

Tuttavia continuare il proprio mestiere risulta difficile, quasi impossibile. “In larga maggioranza – spiega la direttrice della MDJ, Darline Cothière -, ciò dipende dalla barriera della lingua. Pochi giornalisti trovano lavoro in redazioni internazionali e il settore mediatico francese resta reticente nell’assumere giornalisti stranieri”. Un dato confermato da Ohayon: “Conobbi una eccellente giornalista rwandese che lavorava in radio, al momento del genocidio. Le fu proibito di occuparsene, perché ‘non avrebbe garantito un trattamento imparziale dell’informazione’. Ciò è assurdo, se si pensa che i giornalisti francesi non sono considerati troppo parziali per occuparsi delle loro questioni interne”.

Pertanto, attraverso il giornale online della MDJ, “L’oeil de l’exilé” (“L’occhio dell’esiliato”, http://www.loeildelexile.org), i giornalisti hanno nuovamente l’opportunità di riprendere in mano la penna e di far conoscere le loro competenze. Nell’ambito delle attività della redazione, sono inoltre organizzate delle visite di gruppo alle istituzioni e al patrimonio culturale della città.

Una delle attività cardine della MDJ consiste nella sensibilizzazione alla libertà di stampa. Pertanto organizza eventi volti a diffondere le testimonianze dei suoi giornalisti, in modo da incoraggiarne la mobilitazione permanente. In particolare, da novembre a maggio di ogni anno, dal 2006, in collaborazione con il Ministero dell’Educazione e il gruppo Presstalis, realizza l’operazione “Renvoyé spécial” (un gioco di parole tra i termini “rifiutato” e “inviato speciale”), per sensibilizzare i liceali francesi alla libertà di stampa e ai principi della democrazia. Quest’anno è stata per di più lanciata una nuova declinazione di Renvoyé Spécial, indirizzata ai professionisti e ai minori della Direzione ministeriale della Protezione giudiziaria, in partenariato con il Ministero della Cultura e il Ministero della Giustizia. La MDJ mette a disposizione degli educatori della Protezione giudiziaria un kit pedagogico online, e organizza visite ai locali dell’associazione ed incontri con i suoi giornalisti. E un blogger ciadiano è peraltro già intervenuto in un carcere alsaziano.

Le missioni della MDJ incontrano il pubblico italiano. Grazie a Skype, la MDJ ha già realizzato due incontri con degli studenti italiani, tra Ferrara e Cento e, da tre anni, conferma con successo un grande evento presso l’Università di Torino, nel quadro di “Presse 19”, un progetto internazionale che richiama l’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in collaborazione con il Caffè dei giornalisti e l’Ordine dei giornalisti italiano. “È un partenariato – sottolinea Cothière – che mi sta particolarmente a cuore poiché investiamo nell’ambiente universitario per alimentare la riflessione su tematiche a noi care, come la libertà di espressione e la situazione della stampa nel mondo”.

Dono di umanità. “Aver fatto qualcosa di utile, aver dato prova di umanità a chi ne ha più bisogno, creando un luogo dove le persone tornano, e che perdura nel tempo”. È questa la soddisfazione più grande per Ohayon e Spinau, che concludono: “Oggi più che mai, non bisogna dimenticare che i giornalisti rifugiati sono una ricchezza per il Paese nel quale arrivano, e che lo scambio di punti di vista sarà fruttuoso sempre, per tutti”.

Per saperne di più: www.maisondesjournalistes.org

La crisi dei rifugiati, gli effetti sui professionisti dell’informazione

Sudan, Siria, Irak, Yemen, Afghanistan, Burundi. Questi sono i Paesi di provenienza della maggior parte dei giornalisti residenti, nell’ultimo anno. I conflitti impattano infatti direttamente sul lavoro dei giornalisti. “Oltre alla difficoltà di lavorare – spiega Cothière -, i giornalisti sono spesso identificati con uno degli schieramenti. Ciò ostacola la loro integrazione. Per di più, il flusso migratorio che agita l’Europa non facilita una accoglienza in buone condizioni e spesso, prima di arrivare alla MDJ, i giornalisti si ritrovano in mezzo alla strada”.

Purtroppo la crisi dei rifugiati ha effetti anche sulla capacità di risposta dell’associazione di rue Cauchy. “Dal 2011 – fa sapere la direttrice -, siamo chiamati a fa fronte a un numero crescente di domande, mentre la nostra capacità di accoglienza e i nostri mezzi restano limitati. È una frustazione dover dare tante risposte negative, e abbiamo pertanto deciso di offrire un accompagnamento anche ai giornalisti che non possiamo ospitare in loco”.