Pubblicato in francese per L’oeil de l’exilé

elysengabireDal settembre 2015, Elyse Ngabire è rifugiata in Francia, presso la Maison des journalistes. Giornalista burundese del gruppo editoriale Iwacu, responsabile delle questioni politiche, era anche la coordinatrice delle trasmissioni realizzate con i quattro ex capi di Stato del Burundi. Fino a settembre 2015, quando nove agenti tentarono di arrestarla presentandosi a casa sua.

AssisesTours2016-6Venerdi 28 agosto 2015. Elyse Ngabire firma un articolo intitolato «Dialogo finito!» dove critica le promesse non mantenute del presidente Pierre Nkurunziza, in occasione del giuramento per il  suo contestato terzo mandato. La giornalista indagava nel contempo sulle origini del vice-presidente della Repubblica, cominciando a produrre polemiche nell’opinione burundese. Il potere non tollera, e avvia delle indagini di polizia sul suo conto. Per paura di essere arrestata, come era già avvenuto nel 2010, o di essere uccisa, la penna di Iwacu decide di lasciare il paese per ragioni di sicurezza.

Oggi Elyse Ngabire è iscritta presso l’Università di Parigi 1, Master 2 di ricerca, sulle società in via di sviluppo. Continua a esercitare la professione di giornalista. Collabora con L’œil de l’exilé, il giornale della MDJ ed è corrispondente del gruppo editoriale Iwacu in Francia e in Europa. L’abbiamo intervistata.

Come e quando hai scoperto la tua giornalista vocazione?

Quando mi sono laureata, ho capito che volevo diventare una giornalista. Era il 1996. Purtroppo, nel mio paese, non vi era alcuna scuola di giornalismo e mi accontentai di fare la facoltà di Medicina, per due anni. Ma l’idea di diventare una giornalista non mi ha mai abbandonato e nel 2000 ho deciso di lasciare Medicina. Nel 2001, mi sono iscritta all’università Lumière di Bujumbura, presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione. Non si trattava di studi legati al giornalismo, ma qualcosa di simile che mi avvicinava un po’ al campo e che mi ha infine permesso di fare questo lavoro. Mi sono laureata nel 2006 e sono stata assunta due anni dopo, presso il gruppo Iwacu, come giornalista responsabile delle questioni politiche.

 

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Melchior Nadaye (fonte: rfi.fr)

Come è nata la tua passione per la res publica? La tua lotta per la democrazia è nata in un momento specifico?

Sì. Nel 1993, quando avevo esattamente 17 anni, e il Burundi organizzava le prime elezioni democratiche dopo la dichiarazione d’indipendenza del il 1 ° luglio 1962. I miei genitori e alcuni dei membri della mia famiglia erano per il cambiamento e votarono per il presidente Melchior Ndadaye. Tuttavia, tre mesi dopo la sua vittoria, il presidente Ndadaye fu ucciso come peraltro i suoi stretti collaboratori, da una élite militare che non capiva niente di democrazia e di volontà popolare.

Anche se non avevo l’età per votare (18 anni), ho seguito lo stesso tutte le campagne elettorali. Da allora, la politica è il mio interesse principale e mi sono sentita impegnata con l’idea di difendere la libertà di espressione, che è uno dei pilastri della democrazia.

C’è un argomento al quale sei particolarmente legata, un oggetto che ha un significato speciale per te?

Lo stato di libertà. È un simbolo forte per me. Credo che la libertà sia il pilastro della professione di giornalista, come anche di altri settori della vita. E la pietra angolare della democrazia.

Ricordi un colloquio o un incontro che ti ha particolarmente segnato?

Durante i miei otto anni di professione, ho realizzato diverse interviste che mi hanno segnato personalmente e ne ricordo in particolare tre. La prima fu con il vescovo Simon Ntamwana, Arcivescovo di Gitega. Una vasta parte dell’opinione pensava che sostenesse il potere del CNDD-FDD, ma dopo questa mia intervista, tutti ne furono sorpresi perché deplorava la sua gestione del potere.

La seconda intervista fu con il presidente della Commissione Territorio e altri beni (CNTB), il vescovo Sérapion Bambonanire, un uomo molto controverso e fortemente contestato dall’opinione nazionale.Quando lo incontrai, rivelò la decisione del governo di restituire agli Hutu le terre che gli erano state tolte durante il massacro del 1972. Bambonanire ignorava che tale operazione dovesse passare sotto silenzio. Questa intervista fece scandalo presso la classe politica, obbligandolo a ritrattare le sue stesse parole.

La terza intervista fu con il deputato Manassé Nzobonimpa, un ex attivista del CNDD-FDD e ex compagno di Nkurunziza. Lo incontrai al di fuori del paese, dove si era rifugiato a seguito di un disaccordo tra lui e il presidente Nkurunziza. La mia intervista fu ugualmente uno scoop.

Hai un personaggio di riferimento, un esempio da seguire?

Sì, due personalità: Nelson Mandela e Gandhi. Entrambi hanno combattuto duramente per la non-violenza, contro la discriminazione e per la libertà.

C’è un reportage o un progetto di cui sei particolarmente orgogliosa?

Per due anni, ho lavorato su un progetto chiamato «Se la mia memoria è buona», che ha affrontato le sfide e il contesto socio-politico del Burundi, analizzandoli attraverso la storia recente e passata del paese.

Alla fine di questo progetto, il giornale Iwacu per cui lavoro e a cui rimango molto legata ne ricavò un libro di 149 pagine. Gli articoli ebbero un enorme successo. Furono molto apprezzati e di una ricchezza inaudita.

Inoltre, nel 2014, ho coordinato un ciclo di trasmissioni con i quattro ex capi di Stato del Burundi. Era la prima volta che parlavano della loro gestione del potere, dei loro successi e dei loro fallimenti. Questo ciclo ebbe un grande successo di pubblico nella congiuntura elettorale del Burundi.

 

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Elyse Ngabire mostra l’edizione del 28 agosto 2015 del giornale Iwacu (fonte: leprogres.fr)

Puoi dare una definizione al tuo sentimento di esilio?

È difficile da definire perché mi fa davvero male quando mi rendo conto che non ho il diritto di vivere nel mio paese.

Ho l’impressione di aver perso tutto: il mio paese prima di tutto. Parto di nuovo da zero, quando invece nel mio paese, prevedevo di intraprendere diversi progetti professionali e privati. Ora,in questa situazione, cambia tutto.

Come ti senti ora?

Mi fa molto male quando ci penso. Mi sento distrutta, ma non ho scelta perché mi dico che almeno sono al sicuro in Francia. Ho potuto salvarmi, e questo è l’essenziale.

L’esilio ti ha cambiato? In che senso?

Sì, mi ha cambiato sia positivamente che negativamente. In Francia e alla MDJ, ho incontrato giornalisti che provengono da quasi ovunque, nel mondo. E abbiamo tutti un denominatore comune: siamo stati perseguitati, abbiamo lasciato le nostre famiglie alle spalle, ecc … perché abbiamo denunciato l’abuso dei poteri dittatoriali nei nostri paesi. Questo mi ha permesso di capire che i giornalisti assumono dei rischi in nome della libertà e del rispetto dei principi democratici. Questo è il lato positivo.

Tuttavia, mi rammarico del fatto che non siamo sostenuti dai nostri colleghi, dai giornalisti francesi. Avrei desiderato ci aiutassero a integrarci nella professione. È un peccato che i giornalisti esiliati siano costretti a cambiare lavoro, perché è difficile trovare un posto nei media francesi. È vero che la lingua è un handicap per alcuni giornalisti esiliati ma è complicato anche per coloro che parlano francese. Ed è il futuro della professione che è in pericolo.

Pensi che l’esilio sia più difficile per una donna, che per un uomo?

È più complicato per una donna soprattutto quando non è con la sua famiglia. Non abbiamo il cuore tranquillo. Ogni volta pensiamo che possa accadere qualcosa di brutto. E dato che la procedura di ricongiungimento familiare richiede molto tempo, si capisce perché una donna dovrebbe essere preoccupata.

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L’intervento di Elyse Ngabire alle Assise del giornalismo di Tours 2016

Come ti sei sentita e ti senti in Francia come giornalista rifugiata?

Mi sento più o meno al sicuro. Nonostante gli ultimi attentati, sono persuasa dal fatto che non sono un obiettivo. La sicurezza è una cosa molto importante per me dato il contesto di violenza in cui si trova il mio paese dal 26 aprile scorso, in seguito alla decisione del presidente Nkurunziza e del suo partito a correre per il terzo mandato contro l’accordo di Arusha e la Costituzione del Burundi.

Come giornalista rifugiata, mi dispiace di non avere il sostegno dei professionisti dei media francesi. Siamo lasciati un po’ a noi stessi ed è grande il rischio di abbandonare questa attività, per alcuni colleghi rifugiati.

Come ti vedi tra 5 anni?

Desidero ardentemente continuare la mia professione di giornalista e di essere una specialista delle questioni relative al Burundi e perché no, di altrove. Il mio desiderio è anche quello di aiutare i burundesi che vogliano scrivere, ma che non sanno da dove cominciare, a realizzare il loro sogno.

Che messaggio consideri più importante trasmettere all’opinione pubblica internazionale?

Delle situazioni di conflitto costringono spesso la popolazione in generale e, in particolare, i giornalisti, a lasciare i loro paesi per stabilirsi altrove. Per i rifugiati giornalisti è un caso molto particolare. Le categorie professionali dell’informazione sono chiamate ad agire in fretta affiché l’integrazione professionale segua la calorosa accoglienza che ci riserva la Maison des journalistes.

Per i cittadini dei paesi che accolgono i rifugiati, li esorto a trattarli con umanità, perché non si sceglie di essere dei rifugiati.