Pubblicato in francese per L’oeil de l’exilé

Quando pensiamo che il viaggio sia quasi finito, affiché il destino divenga una nuova vita, non resta un passo da compiere: il riconoscimento dello status di rifugiato. Ne ha parlato Pascal Brice, direttore generale dell’Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi (OFPRA), domenica 19 giugno 2016 a TEDx ChampsÉlyséesSalon Exils “Destini di qui”, che si é tenuto alla Biblioteca François Mitterrand alla vigilia della Giornata mondiale dei Rifugiati.

pascal-briceSpesso vengono chiamati «migranti» o «irregolari»: sono i «richiedenti asilo», in attesa di essere riconosciuti come «rifugiati» dall’OFPRA, l’organo amministrativo pubblico francese incaricato di applicare la Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 relativa allo status dei rifugiati, e la Convenzione di New York del 1954.

«Buongiorno, sono il funzionario di protezione che registrarà la sua domanda di asilo. Nulla di ciò che Lei dirà relativamente alle Sue paure nel suo Paese uscirà da questa stanza». Brice ha preso la parola sul palco di TEDx recitando la prima frase che i funzionari dell’OFPRA pronunciano quando ricevono, di solito nella regione di Parigi, oltre 200 donne e uomini, ogni giorno, per un colloquio in cui possano prendere una decisione relativa alle richieste di asilo. «Nel 2015, 80 000 persone sono stati accolte all’OFPRA  – precisa Brice -. Per noi questi richiedenti asilo non sono numeri ma volti, storie, racconti di sofferenza, gettati sulle strade dell’esilio dall’Afghanistan, dalla Siria, dall’Iraq, dal Sudan, dall’Eritrea e da altri paesi ancora». L’accoglienza dei rifugiati è, secondo il direttore dell’OFPRA, «un privilegio formidabile e nobile che condividiamo anche con le associazioni, con gli operatori sociali nei centri di accoglienza, con i politici, con i cittadini di questo Paese, che accompagnano i richiedenti asilo nel loro percorso. Ma l’OFPRA – ritiene il suo rappresentante – ha una missione esclusiva, che è quella di pronunciarsi sulle domande di asilo». Lo slogan dei funzionari dell’OFPRA è quello di «fare di tutto per non tralasciare alcun bisogno di protezione. Ma quando una domanda d’asilo, al termine della procedura a cui ogni richiedente asilo ha diritto, si pone al di fuori del diritto d’asilo, è nostra responsabilità respingere tale richiesta».

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(Fonte: gouvernement.fr)

Le decisioni dell’OFPRA sono decisioni umane, ma in  nome della legge, sottolinea Brice: «Sono donne e uomini coloro che prendono le decisioni, ma si tratta di decisioni in applicazione del diritto. Applichiamo come possiamo la Convenzione di Ginevra, al fine di riconoscere a queste donne, a questi uomini, a questi bambini, lo status di rifugiato, quando il loro impegno politico, le loro credenze religiose, la loro etnia, talvolta la loro appartenenza sessuale, conduce a non poter più immaginare il ritorno nel loro Paese, dove sono vittime di persecuzioni ».

 

Quando non si applica la protezione di Ginevra, l’OFPRA può talvolta richiedere la protezione sussidiaria, sempre in nome del diritto d’asilo e dell’indipendenza dell’OFPRA. «Le decisioni sono prese esclusivamente secondo considerazioni in materia di asilo e in nessun caso sulla base di considerazioni diplomatiche o di politiche migratorie. Percepisco la tentazione, data l’entità della tragedia, di andare oltre il diritto di asilo, ma questa tentazione – riflette Brice – sarebbe pericolosa e deleteria. Genererebbe una confusione in cui l’asilo ne risulterebbe la vittima».

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(Fonte: gouvernement.fr)

Il direttore del OFPRA parla di evoluzione del diritto d’asilo in seno alla sua istituzione, «in direzione della benevolenza e del rigore, perché quando il diritto d’asilo si impone, deve imporsi indipendentemente da ogni altra considerazione».

 

Le procedure dell’OFPRA partono dalla possibilità di lasciar esprimere a ciascun richiedente il motivo per cui non possa rientrare nel suo Paese, innanzitutto tramite una storia inviata per iscritto all’OFPRA, nel dossier di domanda di asilo, e poi nell’ambito del colloquio con il funzionario di protezione. «Queste paure sono così difficili da verbalizzare – ammette Brice – perché siamo nell’indicibile. Dobbiamo accompagnare l’espressione della storia, perché è proprio sulla base dell’espressione di queste paure in caso di ritorno al Paese di origine che il funzionario di protezione inizierà un’indagine approfondita, che lo porterà a consultarsi con colleghi, con referenti specializzati, con gli avvocati dell’OFPRA, con i ricercatori che effettuano analisi indipendenti della situazione del Paese». Sarà alla confluenza di queste procedure che sarà presa la decisione dell’OFPRA.

Nel frattempo, è l’attesa. «Alla durezza dell’esilio, si aggiunge la crudeltà dell’attesa amministrativa. Siamo chiamati – ammette Brice – a consigliare l’inconsigliabile. Perché il tempo della procedura è di vitale importanza per queste donne, per questi uomini, per queste famiglie. Per questo non ho che una sola risposta: accoglienza, umanità e rigore».

I tempi della procedura sono ancora troppo lunghi, nonostante gli sforzi dell’OFPRA che li ha ridotti da diversi mesi e che continua a ridurli: «Lo dobbiamo a queste donne e a questi uomini, a queste famiglie», ha affermato Brice. Per questo gli effettivi dell’OFPRA sono stati aumentati del 50%: sono in 620 dipendenti, oggi. «Ci siamo riorganizzati in modo profondo, perché l’OFPRA cambi, protegga di più. Proteggiamo il 26% dei richiedenti asilo, laddove tre anni fa erano solo il 9%, il 35% se contiamo i ricorsi». L’OFPRA lavora peraltro sul campo, come a Calais e a Grande-Synthe, e in altre regioni francesi, così come in Libano, in Giordania, in Turchia, per «proteggere e insediare in Francia». Nonostante questa azione quotidiana, Brice sottolinea: «Ovunque la frustrazione è troppo spesso presente per coloro che non arriveranno mai, per coloro che aspettano ancora troppo a lungo nel nostro Paese, un’accoglienza e una decisione, per coloro di cui dobbiamo respingere la richiesta. Ma ciò che ci fa andare avanti – conclude il direttore del OFPRA – e che continuerà a farci proseguire, è la missione di protezione, perché questa è la nostra missione, e questo è il ruolo che abbiamo ».